Indietro


LE NOVITÀ INTRODOTTE DALL'ARTICOLO 4 QUATER, SECONDO COMMA, L. 191/2023

Il secondo comma dell'articolo 4 quater della recente legge 191/2023 si limita a confermare che, per il passato – per così dire – "resta tutto come prima", il che ovviamente costituirebbe una previsione tranquillizzante se, in passato, il contesto giuridico fosse stato pacifico e privo di aspetti problematici.

Sennonché – come abbiamo avuto modo di illustrare in dettaglio nei precedenti articoli di questa serie – anche in passato, a dispetto di un contesto giuridico di riferimento che dovrebbe ritenersi pacifico, non sono mancati episodi nei quali l'Agenzia delle Entrate abbia preteso di assoggettare a IVA prestazioni mediche che, a ben vedere, si sarebbero potute ritenere esenti.

Infatti, come precisato in questo articolo, sia la giurisprudenza – comunitaria e nazionale – sia la stessa amministrazione finanziaria hanno stabilito che gli interventi e trattamenti estetici sono a tutti gli effetti "prestazioni mediche" e che, se tali prestazioni sono rese da personale specializzato appartenente all'area medica, hanno "contenuto medico", dal che deriva la relativa esenzione IVA.

Soltanto le prestazioni che hanno una finalità meramente estetica e quindi cosmetica rimangono escluse dall'esenzione IVA. Su tale punto si sono talvolta rivelati inappropriati i termini utilizzati dall’Agenzia delle Entrate nei processi verbali di accertamento notificati ai medici che abbiamo avuto modo di analizzare, nei quali le "prestazioni mediche e paramediche di chirurgia estetica e/o plastica" sono state erroneamente definite come "a contenuto meramente cosmetico", il che costituisce una insanabile contraddizione: un trattamento cosmetico per definizione non può mai costituire un trattamento medico-chirurgico.

IL CARATTERE TERAPEUTICO  DEGLI INTERVENTI DI CHIRURGIA ESTETICA DEFINITI "NON NECESSARI" NEL CONSENSO INFORMATO

In altri casi l’Agenzia delle Entrate ha addirittura escluso il "carattere terapeutico" di prestazioni inconfutabilmente mediche in base alla mera circostanza che "nel modulo denominato 'consenso informato'", l'intervento di chirurgia estetica fosse definito come non necessario.
 
Tale conclusione è erronea per almeno due ordini di motivi:

  1. in primo luogo, come affermato in molteplici occasioni anche dalla Corte di Cassazione, "la finalità della prestazione deve essere diretta alla diagnosi, cura e guarigione di malattie e patologie", nel senso che il carattere della "necessarietà" non costituisce affatto elemento qualificante dell’intervento medico (anche plastico-estetico);
  2. in secondo luogo, solo alcuni interventi sono da reputarsi necessari (ad esempio, la chirurgia d'urgenza/salvavita – che, oltretutto, non presuppone un consenso del paziente) e costituiscono solo una parte dei trattamenti curativi generali svolti quotidianamente in tutte le strutture ospedaliere e sanitarie.

 
Costituisce fatto notorio che in qualsiasi ospedale vengano quotidianamente e da tempo immemore svolti a carico del servizio sanitario nazionale molteplici interventi "non necessari" in quanto miranti alla cura e al ripristino dello stato di salute del paziente: si pensi a un intervento di mastoplastica additiva eseguito a seguito di una mastectomia, intervento certamente "non necessario" ma altrettanto certamente curativo, ovvero a seguito di una malformazione congenita del seno oppure a uno svuotamento dovuto a seguito di una o più gravidanze. 
 

A breve pubblicheremo una serie di ulteriori contributi di approfondimento su questi temi.

Qui il primo articolo della serie.

Qui il secondo articolo della serie.

Qui il terzo articolo della serie.

Qui il quarto articolo della serie. 

Qui il quinto articolo della serie.

Non ci sono ancora commenti: commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contraddistinti dal simbolo *

Inviando confermo il consenso al trattamento dei dati personali che ho inserito nel modulo disciplinato dalla Privacy Policy