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La Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla liquidazione del danno in via equitativa e sui relativi presupposti nell'ordinanza n. 4534 del 22 febbraio 2017.

Se l'articolo 1226 del codice civile è rubricato "Valutazione equitativa del danno" e non "Valutazione del danno equitativo" ci sarà un motivo.

Tale motivo è presto detto: la sussistenza del danno è un presupposto della sua valutazione.

La questione potrebbe chiudersi qui, se non costituisse ancora prassi deprecabile la richiesta - e, talora, la concessione - di risarcimenti in via equitativa a prescindere dal pregresso accertamento della sussistenza di un danno.

Da un lato, alcuni avvocati invocano la "liquidazione in via equitativa", alla fine delle conclusioni dell'atto quasi si trattasse di una formula magica di chiusura (come accade anche per l'immancabile locuzione "per quanto di giustizia", a torto ritenuta suo sinonimo).

Dall'altro, accade che il giudice condanni al risarcimento in virtù di valutazioni equitative senza prima aver accertato l'esistenza di un danno tempestivamente allegato e provato.

Con l'ordinanza in commento, la Cassazione ha affrontato proprio un caso di quest'ultimo tipo, nel quale la corte d'appello di Roma aveva quantificato in diecimila euro il danno patito dal proprietario di un immobile che non ne aveva potuto godere per un certo periodo di tempo a causa di riparazioni imposte dalla condotta lesiva di un terzo.

Secondo la suprema Corte, i giudici romani avrebbero violato l'articolo 1226 c.c. del codice civile nella parte in cui hanno "monetizzato il suddetto pregiudizio da mancato godimento dell'immobile" senza stabilire "se tale pregiudizio patrimoniale sia consistito - ad esempio - nei costi sostenuti per alloggiare altrove, ovvero nella perdita di canoni di locazione", ossia in mancanza del "presupposto primo per il ricorso alla liquidazione equitativa, ovvero l'esistenza certa del danno".

Per amor di completezza, per la Cassazione il secondo presupposto per il ricorso alla liquidazione equitativa consiste nell'accertamento "che l'impossibilità (o l'estrema difficoltà) d'una stima esatta del danno dipenda da fattori oggettivi, e non già dalla negligenza della parte danneggiata nell'allegare e dimostrare gli elementi dai quali desumere l'entità del danno".

È ovvio che qualsiasi serio tentativo di provare l'impossibilità o l'estrema difficoltà di quantificare il danno imponga all'avvocato di verificare se esistano criteri alternativi, più o meno eccentrici, che gli consentano di monetizzare la pretesa risarcitoria dell'assistito.

Meno ovvio è che tale ricerca meriti di essere svolta per ragioni ulteriori ed estremamente utili.

Ove essa sia infruttuosa, infatti, l'allegazione dei criteri analizzati con esito negativo potrà certo soddisfare il requisito della previa verifica dell'"impossibilità (o l'estrema difficoltà) d'una stima esatta del danno", così consentendo all'avvocato di invocarne la liquidazione in via equitativa.

Ove la ricerca sia invece fruttuosa, l'allegazione dei criteri analizzati con esito positivo consentirà all'avvocato di chiedere la condanna al risarcimento del danno:

  • nella somma individuata;
  • in subordine, nella diversa - maggiore o minore - somma ritenuta di giustizia;
  • in ulteriore subordine, in via equitativa.

Quale che sia l'esito della predetta ricerca, l'avvocato che l'abbia svolta con serietà potrà sottrarsi alle censure del cliente, non potendosi ascrivere l'eventuale rigetto della domanda risarcitoria a una lacuna dell'attività difensiva sotto il profilo istruttorio.

Il take home message è che un serio tentativo di quantificare il danno (purché già allegato e provato) attraverso la ricerca di idonei criteri accresce le chances di accoglimento della domanda risarcitoria ed elimina il pericolo del suo rigetto per carenze professionali che ben potrebbero armare il cliente contro l'avvocato.

Alessio Storari

Il diritto civile e commerciale, anche in sede contenziosa, costituisce uno dei settori principali dell'attività dello studio.

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