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Recentemente la sezione specializzata in materia d'impresa presso il tribunale di Milano ha risposto negativamente a questo interrogativo, quindi: no, la sola pubblicazione su Facebook non è sufficiente a dimostrare che l’autore della condivisione sia anche l’autore dell’opera. 

Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo la vicenda da cui è scaturito questo principio di diritto. 

Un artista bulgaro ha citato in giudizio la nota casa di moda Dolce & Gabbana per un presunto utilizzo illegittimo e improprio di una sua opera: nella ricostruzione dell'artista, la casa di moda avrebbe apposto senza il consenso dell'autore – quindi illecitamente – una riproduzione della sua opera su pantofole e borse poi pubblicizzate sui social media e presentate nel corso della sfilata primavera estate 2018.

L'opera in questione, di cui l'artista bulgaro rivendicava la paternità, sarebbe l'icona di una "Madonna con un foulard rosa con bambino", pubblicata sulla propria pagina Facebook nel 2010.

L'artista domandava dunque al tribunale di condannare Dolce & Gabbana al risarcimento dei danni subiti dall'indebito sfruttamento economico dell'opera. 
 
Dolce & Gabbana si è costituita in giudizio e ha innanzitutto contestato che l'opera fosse effettivamente stata creata dall'artista bulgaro. Dolce & Gabbana lamentava, infatti, che l'artista non aveva provato di essere effettivamente autore dell'opera o, comunque, titolare dei relativi diritti di sfruttamento economico. 
Inoltre, la casa di moda negava di aver “rubato” l'opera all'artista, sostenendo di aver tratto ispirazione da immagini di natura religiosa estratte da un sito internet di origine sudamericana, il cui link era indicato in atti.

L'artista, a sua volta, replicava che la paternità dell'opera poteva essere semplicemente presunta, non essendo necessari la pubblicazione, il deposito o la registrazione dell'opera per beneficiare delle tutele offerte dalla legge sul diritto d'autore. 

All'esito del procedimento, il tribunale ha rigettato le pretese dell'artista, ritenendo non sufficienti gli elementi che aveva offerto per dimostrare di essere davvero autore dell'opera. 
Infatti, l'artista non aveva reso noto, ad esempio, con quali materiali e tecniche pittoriche l'opera fosse stata realizzata.
L'artista, inoltre, non aveva nemmeno indicato dove si trovasse fisicamente l'opera e non ne aveva offerto l'esibizione nel corso giudizio.
Per di più, l'artista non aveva dato prova dell'esistenza di altre proprie opere per le quali vi fosse stata attribuzione certa della paternità, così da permettere un confronto con l'opera oggetto del giudizio.
L'unica raffigurazione dell'opera offerta dall'artista come prova era proprio quella che aveva pubblicato su Facebook nel lontano 2010.

Quindi, anche se la legge sul diritto d'autore prevede che l'autore sia titolare dei diritti contemplati dalla stessa legge, senza bisogno di alcuna formalità (pubblicazione, deposito o registrazione), e che la paternità dell'opera possa essere presunta (ovviamente, salva prova contraria), il tribunale ha ritenuto che, nel caso concreto, la sola pubblicazione di una foto dell'opera sull'account di Facebook dell'artista fosse, di per sé stessa, insufficiente a provare la paternità dell'opera.

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Avv. Maria Irene Severino

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