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Da qualche anno i tribunali hanno iniziato a occuparsi di casi riguardanti episodi di cyberbullismo, ossia di atti di bullismo illeciti compiuti da minori nel mondo digitale

Un caso realmente accaduto riguardava la condivisione di materiale pedopornografico (nello specifico di una foto della vittima, anch'essa minorenne) da parte di altri minori attraverso una chat di gruppo sul cellulare e la creazione di un falso profilo su Facebook a nome della stessa ignara vittima, correlato da altre fotografie inappropriate. 
Il giudice competente a decidere della questione si è interrogato sull'applicazione delle norme del codice civile di cui abbiamo parlato in un precedente video e articolo qui

In estrema sintesi, il giudice ha condannato tutti i genitori dei cyberbulli sulla base di due presupposti: 
- per non aver vigilato sui minori nell'uso del cellulare e del web - per cosiddetta "culpa in vigilando"; 
- nonché per non avere adeguatamente educato i propri figli al rispetto degli altri - per cosiddetta "culpa in educando" (assente invece ad esempio con riferimento ai genitori i cui figli, ricevute le foto, non le hanno affatto condivise). 

Il giudice, inoltre, ha quantificato i danni subiti dalla vittima di cyberbullismo distinguendo fra i danni subiti dalla minore e i danni subiti dai suoi genitori, in particolare la lesione alla riservatezza, all'onore e alla reputazione, tanto per ogni condivisione delle foto sulla chat di gruppo, quanto per la pubblicazione delle foto su Facebook.
Così facendo i genitori dei cyberbulli sono stati condannati a corrispondere ai danneggiati ben oltre ottantamila euro di danni, oltre al rimborso di spese legali per oltre diecimila euro. 

In altre parole, le carenze educative "costano" nel caso in cui i minori commettano illeciti - soprattutto nel mondo digitale, dove la moltiplicazione dei danni che la vittima può subire è di fatto incontrollabile.

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Martina Vivirito Pellegrino

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