Cos’è il patto di non concorrenza?

Attraverso il patto di non concorrenza, una volta cessato il rapporto con il proprio ex datore di lavoro, il lavoratore dipendente si obbliga a non lavorare per la “concorrenza”, ossia per un altro datore di lavoro che sia titolare di un’impresa che opera:

  • nello stesso settore merceologico
  • nello stesso ambito geografico

Effetti e finalità del patto di non concorrenza

Il patto di non concorrenza da un lato vincola significativamente il lavoratore che intenda cambiare lavoro (per migliorare la propria posizione reddituale o per altre ragioni).

Dall’altro lato, tutela il datore di lavoro/l'imprenditore dal passaggio di propri dipendenti – e con essi del proprio know-how – ad altro imprenditore concorrente.

Requisiti di validità del patto di non concorrenza

Proprio perché il patto di non concorrenza determina una rilevante limitazione della libertà negoziale del lavoratore, la legge impone che il patto abbia alcuni requisiti minimi a pena di nullità (articolo 2125 c.c.).

Abbiamo già parlato dei requisiti di validità del patto di non concorrenza in un nostro precedente videoarticolo; li ripercorriamo qui di seguito uno a uno.

  1. Il patto deve essere scritto. Non è, invece, necessario che il patto sia parte integrante del contratto di lavoro, potendo anche risultare da un documento separato.
  2. Il divieto imposto al lavoratore deve essere delimitato in modo rigoroso: il patto di non concorrenza, infatti, deve indicare espressamente quali attività lavorative non potranno essere svolte dal lavoratore una volta terminato il rapporto di lavoro, oppure per quali datori di lavoro il dipendente non potrà lavorare. Ovviamente, potranno essere vietate al dipendente solo attività che siano, perlomeno in potenza, in concorrenza con quelle svolte dall’attuale datore di lavoro. Un patto di non concorrenza che contempla un divieto generico e diffuso di lavorare per imprenditori concorrenti sarebbe indeterminato – e quindi invalido – perché limiterebbe troppo il dipendente, impedendogli di fatto di reinvestire la propria professionalità in qualsiasi attività alternativa.
  3. Il divieto deve essere limitato anche dal punto di vista dell’estensione territoriale. Per la giurisprudenza di merito il patto non può estendersi a tutto il territorio nazionale escluse le sole isole maggiori perché sarebbe eccessivo. D’altra parte, potrebbe essere legittimo un patto molto ampio e limitante con riferimento alle attività vietate purché in un ambito territoriale particolarmente ristretto.
  4. Il vincolo non può avere una durata superiore a cinque anni quando il lavoratore è un dirigente; a tre anni in tutti gli altri casi. Se il patto prevede una durata maggiore, viene ridotto automaticamente nei termini anzidetti.
  5. Il patto deve prevedere un corrispettivo a favore del lavoratore, parametrato al sacrificio che gli viene richiesto. Per valutare se il corrispettivo sia congruo occorre tenere in considerazione (i) la retribuzione percepita nel corso del rapporto di lavoro, (ii) la professionalità del dipendente e (iii) l’ampiezza del divieto imposto con il patto. Di regola il corrispettivo andrebbe pagato in unica soluzione al termine del rapporto di lavoro ma è prassi dilazionarlo in costanza del rapporto di lavoro, erogandolo “a rate” all’interno della busta paga. Di recente, la Corte d’appello di Milano, sezione lavoro (sent. 1086 del 29 marzo 2021), ha ritenuto illegittima l’indennità in busta paga se il patto di non concorrenza non prevede un minimo garantito. Solo così, infatti, il lavoratore potrebbe valutare la congruità del corrispettivo rispetto al vincolo imposto con il patto. In un nostro precedente videoarticolo, abbiamo già approfondito il tema del corrispettivo a favore del lavoratore vincolato a un patto di non concorrenza.

Il patto di non concorrenza del lavoratore autonomo

Se il soggetto destinatario del patto di non concorrenza non è un lavoratore dipendente, bensì un lavoratore autonomo (ad esempio un collaboratore con partita IVA), le regole cambiano in misura significativa.

La disposizione di legge di riferimento non è più l’articolo 2125 c.c. (che si applica esclusivamente ai lavoratori dipendenti), bensì l’articolo 2596 c.c., il quale stabilisce che:

  1. La forma scritta è richiesta solo per finalità probatorie, non “ad substantiam”: il patto, cioè, è valido anche se non è messo per iscritto ma, in un eventuale giudizio tra lavoratore ed ex datore di lavoro, l’esistenza del patto e/o il suo contenuto non potranno essere provati attraverso presunzioni o testimoni ma, appunto, attraverso il documento che contiene il patto.
  2. Il patto deve essere circoscritto a una determinata zona o a una determinata attività.
  3. Il patto non può avere una durata superiore a cinque anni. Anche in questo caso, se la sua durata non è determinata oppure è stabilita per un periodo superiore a cinque anni, il patto si considera valido solo per la durata di un quinquennio.

La legge nulla dice in materia di compenso: da tale mancanza la dottrina e la giurisprudenza deducono che il patto di non concorrenza del lavoratore autonomo – a differenza di quello del lavoratore dipendente – è valido anche se non contempla un corrispettivo del lavoratore a fronte del sacrificio richiesto.

Cenni al patto di non concorrenza tra imprese/imprenditori

Parliamo ora del patto di non concorrenza tra imprese, ossia tra il cedente di un'attività commerciale e l'acquirente della stessa. Secondo l'articolo 2557 c.c., chi cede la propria azienda deve astenersi per i cinque anni successivi al trasferimento dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta.

Dunque, il suddetto vincolo opera a carico del cedente dell’azienda per legge, a prescindere da uno specifico patto tra le parti: tuttavia, nulla vieta agli imprenditori coinvolti di stipulare un patto di non concorrenza a condizioni più rigorose di quelle indicate dalla legge, purché il vincolo:

  • non abbia una durata superiore a cinque anni;
  • non impedisca, di fatto, qualsiasi attività professionale al venditore dell’azienda.

Il vincolo opera anche nel caso di usufrutto o affitto di azienda nei confronti del nudo proprietario o del locatore per la durata dell’usufrutto o dell’affitto.

Perché questo divieto?

Il divieto di concorrenza a carico di chi cede l'azienda ha l'obiettivo di garantire all’acquirente di mantenere il pacchetto clienti e, così, l’avviamento commerciale.

Quand’è che il venditore dell’azienda viola il patto di non concorrenza?

Il venditore dell'azienda viola il patto di non concorrenza quando inizia una nuova impresa, ossia quando avvia una nuova attività che, per l’affinità dell’oggetto o per la vicinanza geografica, debba considerarsi in concorrenza con l’azienda ceduta.

Quindi, se il venditore diventa dipendente di un’azienda concorrente, il patto non può mai dirsi violato? Non sempre.

Facciamo l’esempio di un caso limite: se il venditore cede la propria attività commerciale e poi diventa solo formalmente dipendente di una nuova attività commerciale affine – aperta, guarda caso, dal proprio figlio a pochi metri di distanza dall’esercizio ceduto – il patto potrebbe dirsi violato, sempreché si sia in grado di dimostrare che il figlio altri non è che un prestanome di cui si è servito il venditore per eludere il divieto.

Al di fuori di questo caso, di regola il patto di non concorrenza viene violato dall’imprenditore - figura che, a differenza del lavoratore dipendente, dispone di un’organizzazione idonea a sviare la clientela dell’altrui impresa.

Il collaboratore con partita IVA, al pari del dipendente, non dovrebbe incorrere nel rischio di violare questa tipologia di patto di non concorrenza, purché di reale collaborazione si tratti.

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Se vi interessano questi temi, qui trovate un articolo in cui trattiamo il tema del patto di non concorrenza con un taglio più pratico, descrivendo cinque casi concreti e altrettante questioni problematiche in materia. 

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