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LA GIURISPRUDENZA SULLE SENTENZE “ALLUCINATA”

Su questo punto è intervenuta di recente anche la Corte di Cassazione, in un caso nel quale l'atto dell'avvocato conteneva riferimenti giurisprudenziali non corretti e principi di diritto attribuiti a precedenti giurisprudenziali che, in realtà, non li avevano mai affermati.
La Corte parla espressamente di precedenti “inesistenti o allucinati” generati mediante strumenti di intelligenza artificiale. Per la Cassazione il fatto che la citazione di giurisprudenza sbagliata o inesistente sia imputabile a un'allucinazione dell'intelligenza artificiale, ovviamente, non esclude né attenua la responsabilità della parte processuale e, di riflesso, del suo avvocato, autore dell'atto che contiene i predetti errori.

LA RESPONSABILITÀ  DELL’AVVOCATO

L’avvocato che redige e sottoscrive un atto, deve, infatti, mantenere il pieno controllo sul suo contenuto ed è tenuto a verificarne la correttezza. Di conseguenza, la mancata verifica dell'effettiva esistenza delle sentenze citate in un atto e dei relativi estremi, nonché dell’effettiva corrispondenza tra la pronuncia giurisprudenziale richiamata e il principio di diritto che le viene attribuito, costituisce inadempimento professionale imputabile all'avvocato - che non potrà giustificarsi adducendo che l'errore debba, invece, imputarsi all'intelligenza artificiale. La corte ha anzi specificato che proprio la mancata verifica delle fonti citate nell'atto costituisce un indice particolarmente significativo di negligenza professionale dell'avvocato.

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