COSA DICE LA LEGGE (E LA GIURISPRUDENZA)?

La legge sul divorzio (L. 1 dicembre 1970, n. 898) prevede all'articolo 5 che:

"Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive"

Quando il legislatore ha scritto questa norma, i divorzi erano statisticamente pochissimi e l'assegno divorzile era pensato per sostenere il coniuge economicamente debole che non avesse "mezzi adeguati", anche dopo la crisi della famiglia. 

Per tale ragione, storicamente e fino al 2017, la giurisprudenza dominante ha intepretato la disciplina sull'assegno divorzile riconoscendo al coniuge debole sostanzialmente lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio in maniera pressoché analoga a quanto previsto dalla disciplina sull'assegno di mantenimento

Con la decisione della Cassazione del 10 maggio 2017, n. 11504, è stato riproposta la tesi fino a quel tempo minoritaria che sosteneva l'importanza del principio di autoresponsabilità per cui l'assegno divorzile non dovrebbe essere riconosciuto a chi risulti comunque autosufficente e possa godere di un tenore di vita dignitoso, ancorché non uguale a quello goduto durante il matrimonio. 

Poiché tale decisione ha determinato una frattura di interpretazioni nei diversi tribunali italiani, nel 2018 è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite (Cass., Sezioni Unite, 11 luglio 2018, n. 18287), accogliendo una soluzione intermedia tra il tenore di vita e il principio di autoresponsabilità, sostenendo che "il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi, o comunque dell’impossibilita di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma, che costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione. ”

Nei casi recenti vengono valutate con molta attenzione le ragioni che hanno condotto allo squilibrio reddituale tra i coniugi, come ad esempio la rinuncia ad occasioni lavorative

Purtoppo, qualsiasi sia il tenore di vita della coppia durante il matrimonio - o durante l'unione civile - la crisi familiare impatta pesantemente sulle risorse economiche delle parti: il patrimonio familiare e individuale delle parti viene, infatti, pregiudicato da una molteplicazione esponenziale delle spese cui occorre far fronte dopo la separazione (es. spese abitative, spese per utenze e tasse, spese quotidiane, spese di trasporto, eccetera). 

COME SI CALCOLA L'ASSEGNO DIVORZILE

La quantificazione dell'assegno divorzile richiede ben più di un calcolo aritmetico, poiché - come detto - il riconoscimento di tale diritto in favore della parte economicamente più debole presuppone una valutazione volta a riequilibrare la differenza economica tra le parti che sia dipesa da scelte attuate durante il matrimonio, con finalità assistenziale e compensativa-perequativa. 

Facciamo un esempio:

Se dopo il matrimonio le condizioni reddituali di un coniuge non sono mutate per assenza di prospettive di carriera (come nel caso di un impiego full-time a tempo indeterminato) e ciò non sia dipeso da sacrifici a favore della famiglia, è possibile ottenere l'assegno divorzile? Secondo la Cassazione no! (cfr. Cass., ord. n. 17144/2023)

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