L'articolo 1454 del Codice civile prevede che "alla parte inadempiente l'altra può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s'intenderà senz'altro risoluto": si tratta della cosiddetta diffida ad adempiere.

Il termine indicato nella diffida ad adempiere non può essere inferiore a quindici giorni, salvo diverso precedente accordo tra le parti o salvo che, per la natura del contratto o secondo gli usi del settore di riferimento, risulti congruo un termine ridotto.

Decorso il termine assegnato per l'adempimento senza che il contratto sia stato effettivamente adempiuto, il codice civile prevede che il contratto è risolto di diritto.

 

IL TERMINE ASSEGNATO NELLA DIFFIDA AD ADEMPIERE

Nella diffida ad adempiere deve essere assegnato un termine non inferiore a quindici giorni entro il quale la parte inadempiente deve provvedere a eseguire le proprie obbligazioni (ad esempio: di pagamento di una somma di denaro; di consegna di merce). 

Solo se esiste un precedente accordo tra le parti o se per la natura del contratto o per gli usi sia congruo un termine inferiore, il termine assegnato nella diffida può essere ridotto

In ogni caso il termine assegnato avrà carattere essenziale, cioè trascorso inutilmente tale termine il contratto si risolverà di diritto.

L'EFFETTO DEL MANCATO ADEMPIMENTO NEL TERMINE ASSEGNATO: LA RISOLUZIONE DEL CONTRATTO 

Se la parte inadempiente non esegue le proprie obbligazioni nel termine assegnato nella diffida ad adempiere, l'altra parte può invocare la risoluzione del contratto - se l'inadempimento è di non scarsa importanza – e agire per il risarcimento di eventuali danni e per eventuali altri effetti restitutori (es. se non viene consegnata merce già pagata, si può agire per l'accertamento di eventuali danni cagionati alla propria attività, oltre che per ottenere la restituzione delle somme corrisposte alla parte inadempiente).

La risoluzione del contratto avviene di diritto, cioè si determina automaticamente.

In caso di controversia sugli effetti della risoluzione, la parte adempiente può agire per ottenere giudizialmente l'accertamento della risoluzione del contratto con effetto dalla data di scadenza del termine assegnato nella diffida ad adempiere. 

UN CASO PRATICO

Il Tribunale di Pistoia, con sentenza 29 giugno 2023 n. 543, si è soffermato sull'interpretazione della natura e degli effetti della diffida ad adempiere in un caso che riguardava la risoluzione di diritto di un contratto preliminare di vendita di quote societarie.

Nel caso di specie, le parti avevano stipulato un contratto preliminare nel quale veniva previsto anche il termine entro e non oltre il quale stipulare il contratto definitivo per l'acquisto di quote societarie. 

Decorso il termine contrattualmente stabilito per la stipula del definitivo, gli attori intimavano al promissario acquirente di comunicare - entro il termine di quindici giorni - la data per il rogito davanti al notaio precedentemente individuato dalle parti.   

Decorso inutilmente anche il termine di quindici giorni di cui alla diffida, il promissario acquirente rimaneva inadempiente rispetto all'obbligazione di acquistare le quote sociali.

Per il tribunale di Pistoia senza alcun dubbio il contratto preliminare doveva ritenersi automaticamente risolto di diritto: infatti, l'articolo 1454 del codice civile, che disciplina la diffida ad adempiere, consente alla parte di invocare uno strumento di autotutela negoziale e ottenere la risoluzione del contratto conseguente al mero decorso del termine indicato nella diffida, indipendentemente dal fatto che il contratto prevedesse o meno un termine essenziale per l'adempimento.

Nello stesso senso: 
Cass. civ. sez. I, ord. 26 aprile 2023, n. 10968;
Cass. civ. sez. II, ord. 8 giugno 2022, n. 18392.

PER CONSULENZA MIRATA

Inviando confermo il consenso al trattamento dei dati personali che ho inserito nel modulo disciplinato dalla Privacy Policy