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In alcuni articoli precedenti abbiamo parlato del mantenimento dei figli in caso di separazione e divorzio, con particolare attenzione alla posizione dei figli maggiorenni; se vi va, vi invito a guardarli - abbiamo un'intera sezione dedicata al diritto di famiglia.

Di recente, con la pronuncia 15774 del 2020, la Corte di Cassazione è tornata in materia di quantificazione dell'assegno di mantenimento dei figli confermando che si deve tenere conto anche del "tenore di vita" goduto dai figli stessi in costanza di convivenza.

Per trent'anni siamo stati abituati a parlare di "tenore di vita" con riferimento non ai figli ma all'ex coniuge - la moglie, in genere - per la quantificazione dell'assegno di divorzio.

Potrebbe soprendere, allora, che il criterio del tenore di vita, ormai superato per la quantificazione dell'assegno divorzile, rilevi ancora per la quantificazione del mantenimento in favore dei figli. 

Nella recente sentenza che ho citato poco fa, la Cassazione ha precisato che il giudice, nella determinazione dell'assegno di mantenimento per i figli, deve tenere conto di vari criteri e, in particolare:
1. di quanto tempo ciascun figlio trascorre con uno o con l'altro genitore (nel senso che più si provvede direttamente al figlio convivente e più deve contribuire l'altro genitore, quello non collocatario);
2. di quanto i figli fanno per i genitori, in termini di aiuto domestico e di cura (e anche questo è comprensibile);
3. delle esigenze dei figli (ovvio);
4. delle risorse economiche dei genitori (ovvio);
5. attenzione! del tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza.

Concentriamoci, per un attimo, sugli ultimi tre criteri: esigenze dei figli, risorse dei genitori e tenore di vita dei figli durante la convivenza.
Il fatto che, secondo la Cassazione, il tenore di vita sia qualcosa di diverso sia dalle esigenze dei figli che dalle disponibilità dei genitori significa che, se prendiamo due ragazzini coetanei che hanno le stesse esigenze e sono figli di genitori con uguali disponibilità, quello che dei due godeva di un tenore di vita più elevato, in caso di crisi della famiglia avrebbe diritto a un mantenimento superiore.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma com'è possibile che due ragazzini figli di genitori con le stesse disponibilità possano avere un tenore di vita diverso?

In realtà, è presto detto: il tenore di vita percepito da un figlio dipende certamente dalle risorse economiche disponibili in famiglia ma riflette anche le scelte di vita e le scelte educative dei genitori - scelte che mutano nel tempo, anche in considerazione del comportamento dei figli.

A parità di reddito, ci sono genitori che portano i figli in campeggio - avete tutta la mia solidarietà! - e genitori che spendono una fortuna per le vacanze; abbiamo avuto tutti compagni di classe che sono andati a lavorare nel fine settimana per comprarsi una Panda a gas e altri che, a parità di contesto, a diciotto anni in punto hanno ricevuto una Golf nuova di zecca.

Qual è il problema, allora? Il problema è che il criterio del tenore di vita rischia di creare diseguaglianza tra figli a parità di esigenze e di disponibilità familiari, il che non è giusto, perché sono i genitori, non i figli, a determinare il tenore di vita familiare, per cui c'è il pericolo che il figlio che ha avuto meno durante la convivenza continui ad aver meno in caso di crisi familiare.

Chiudiamo con un esempio pratico: se un assegno è sufficiente a soddisfare le esigenze del figlio ed è coerente con le disponibilità dei genitori separati o divorziati ma non consente al figlio di mantenere il suo precedente tenore di vita, che si fa? Va aumentato?

Voi che ne pensate? È giusto tenere conto anche del tenore di vita? Scriveteci la vostra opinione nei commenti!

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Alessio Storari

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